Ai margini di Ustica

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"Voci Negate"

I fatti: breve riassunto

Il libro: contenuti e pubblicazione

L'autore

Considerazioni sulle morti sospette

Le interviste



Lo scopo della rubrica letteraria "Voci Negate" è cedere la parola agli autori esclusi, per le ragioni più diverse, dal mondo dell'editoria o, più precisamente, dei grandi nomi del settore. Il caso del libro di Enrico Brogneri Ai margini di Ustica, per la gravità del tema che affronta e per il modo in cui il manoscritto è stato "accolto" dagli editori, merita un rilievo particolare.
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L'autore, che può essere considerato l'unico testimone oculare di un fatto che si ha motivo di credere essere strettamente collegato con la strage di Ustica, si è assunto l'impegno di scrivere quest'opera "per rendere più tangibile il suo contributo in onore delle vittime".

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Questa, brevemente riassunta, la drammatica vicenda avvenuta in quel triste 27 giugno del 1980:

– poco prima delle ore 21.00, un DC9 della Compagnia Aerea Itavia, partito da Bologna con destinazione Palermo, si inabissa per cause misteriose nel Mar Tirreno, nei pressi di Ustica

– le 81 persone a bordo muoiono nel disastro

– il 18 luglio dello stesso anno, sui monti della Sila viene rinvenuto un Mig 23, di probabile nazionalità libica, con all'interno un uomo la cui morte, in seguito a vari esami, è fatta risalire in un primo momento al 18 luglio e successivamente ad almeno quindici giorni prima. Secondo la versione ufficiale, accreditata dalle commissioni d'inchiesta, non vi sarebbe alcuna relazione fra il Mig libico e il disastro del DC9.

Il caso, però, ha voluto che la sera del 27 giugno, verso le ore 21.20, e cioè pochi minuti dopo l'incidente aereo nei pressi di Ustica, l'autore del libro, Enrico Brogneri, vedesse un aereo militare volare a bassissima quota e a luci spente sulla città di Catanzaro...
Questo fatto ha schiuso ai suoi occhi la possibilità di un collegamento con la strage del DC9 ed ha fatto sorgere in lui la volontà di far luce sulla vicenda per contribuire a far emergere una verità scomoda che si scontra con grossi interessi internazionali; una verità che le autorità hanno cercato di occultare col silenzio, se non addirittura ostacolando e depistando le indagini e negando l'evidenza. Ardua impresa, quella di Enrico Brogneri, quando si devono affrontare forze molto potenti: una vera e propria battaglia che richiede enorme coraggio.

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L'autore ha cercato di ricostruire i fatti con approfondite ricerche che hanno richiesto anni di lavoro, collaborando instancabilmente con magistrati e giornalisti:

"Non bastano i resoconti giornalistici, non bastano le proteste dei parenti delle vittime, non bastano le investigazioni della magistratura, non bastano né dieci né quindici anni di attese più o meno utili. Per capire Ustica, bisogna chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi seduto accanto a una qualsiasi delle ottantuno persone decedute; bisogna sentirsi accanto a loro per rivivere, insieme a loro, quegli attimi terribili; bisogna tornare indietro con la fantasia per ascoltare i loro dialoghi, cogliere le loro speranze, le loro emozioni nel ritrovarsi a contatto con le piccole cose di ogni giorno: il mare, la luce, gli affetti, le vacanze appena arrivate; bisogna trovarsi accanto al pilota per sentire la sua sorpresa, accanto alle donne, ai bambini che di schianto, straziati nelle carni, urlano il loro terrore e invocano un aiuto improbabile, in un susseguirsi di eventi a catena, inarrestabili eventi, sempre più traumatici, sempre più indomabili. Per capire Ustica, bisogna trovarsi tra i pochi non ancora deceduti, e insieme a loro annaspare in uno sforzo estremo, tanto sovrumano quanto inutile, nelle fredde acque del Tirreno, in quel mare che appena prima era azzurro e ora è nero; bisogna poi trovarsi a condividere coi genitori, coi figli, con i fratelli, i parenti e gli amici, l'angosciante attesa di un annuncio mai arrivato.
Capire Ustica, significa poter chiudere gli occhi e verificare se si ha la coscienza pulita.
Gli uomini giusti possono farlo. Gli altri sono i responsabili".

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Il libro, che è molto ponderato e ben lontano dal tono sensazionalistico di certa stampa, e riporta il testo integrale di importanti documenti relativi alle ricerche condotte da Enrico Brogneri, è uscito lo scorso gennaio ed è stato edito a cura e spese dell'autore, dal momento che nessuna delle case editrici contattate, fra le più importanti del Paese, si è voluta esporre, accettando di pubblicare un'opera il cui contenuto, in un certo senso, si potrebbe rivelare "pericoloso".
Come ha osservato lo stesso autore: "l'omertà non appartiene solo alla gente comune... la mia delusione è stata cocente specie quando ho potuto verificare, a volte casualmente, altre per gentile concessione di consulenti e dipendenti, che alla base dei rifiuti dei vertici editoriali v'era la difficoltà di gestire l'argomento trattato, che è stato considerato troppo scottante...".
Affinché i lettori possano constatare quali sono state le difficoltà incontrate dall'autore per pubblicare il libro, riporto copia delle risposte delle varie case editrici a cui si è rivolto: le reazioni suscitate dalla lettura del manoscritto e le giustificazioni che sono state fornite per il suo rifiuto. Per ragioni che mi paiono ovvie, onde evitare all'autore spiacevoli complicazioni, non verrà indicato il nome delle case editrici e degli operatori in questione:

– Casa Editrice n. 1:
al telefono, il direttore editoriale della narrativa, il sig. (...) : "Il libro è bellissimo e davvero interessante". Riscontro scritto del 20.5.97 dalla Segreteria editoriale: "la decisione editoriale è stata purtroppo negativa. Mi dispiace, Le rendo il materiale e Le auguro di poter trovare una soluzione soddisfacente presso altri. Molto cordialmente...".

– Casa Editrice n. 2:
lettera dell'11. 4. 96 del sig. (...) : "Il suo (libro) naturalmente reca un contributo importante, che è stato non a caso valutato con la giusta attenzione dalla magistratura inquirente e, sia pure con le difficoltà da Lei documentate, dalla stampa... Sono perciò costretto - a malincuore - a declinare la Sua cortese offerta".

– Casa Editrice n. 3:
"Il testo che ci ha inviato è senza dubbio interessante, ma secondo noi occorrerebbe presentarlo a un editore che pubblica libri a caldo su problemi italiani attuali, la Casa Editrice n. 4, ad esempio...".

– Casa Editrice n. 4:
per telefono, il consulente signor (...). : "Sì, l'ho appena finito di leggere. E' un bel testo, mi ha colpito il capitolo del Mig perché è scritto bene. E tuttavia...".

– Casa Editrice n. 5:
lettera della Segreteria Editoriale: "Purtroppo dobbiamo dirLe che la nostra commissione di lettura non ha ritenuto il Suo lavoro adatto ad essere inserito nelle nostre collane". Dalla scheda di valutazione del 5.11.96 del suo direttore editoriale, il sig. (...), rinvenuta casualmente tra le pagine del dattiloscritto restituito, risulta tra l'altro testualmente: "... nacque così la decisione di scrivere questo libro, che vedo esservi stato spedito nello scorso aprile: spero non troppo tempo fa per poter rispondere, senza possibilità di appello e col minor numero possibile di parole per non restare invischiati dal tenacissimo entusiasmo dell'autore, che la proposta non può rientrare nei nostri programmi editoriali. Altrimenti, si potrebbe offrire all'autore di comprargli il testo".

– Casa Editrice n. 6:
"Le variazioni necessarie (ove compaiono cioè chiari e precisi riferimenti a nominativi e persone) snaturerebbero negativamente gli interessanti contenuti del testo originale. E' nostra ovvia politica cercare di evitare le questioni legali. Confermato il valore della Sua opera, se già non ha provveduto in tal senso, Le consigliamo vivamente di sottoporla in visione ad affermate case editrici che possano sostenerne la pubblicazione, sia in senso editoriale, sia sotto il profilo legale."

– Casa Editrice n. 7:
ha semplicemente negato di aver mai ricevuto il dattiloscritto. E ha continuato a negare anche in presenza del documento postale che ne comprovava l'avvenuta consegna a mani del titolare, il sig. (...).

– Casa Editrice n. 8:
risposta telefonica: "Il dattiloscritto è stato sottoposto alla valutazione personale della signora (...). Poi, nessun riscontro nonostante i ripetuti solleciti.

– Casa Editrice n. 9:
Dopo l'ennesimo sollecito telefonico: "Avevamo a suo tempo esaminato il Suo testo e deciso, in rapporto alla linea editoriale delle nostre collane, di non accogliere la Sua proposta di pubblicazione".

– Casa Editrice n. 10:
"In questo momento non ci è possibile procedere ad alcuna ulteriore iniziativa editoriale; conserveremo nel nostro archivio una dettagliata scheda del Suo lavoro nella eventualità di una futura utilizzazione".

– Casa Editrice n. 11 :
per telefono con la dott.ssa (...) (figlia del proprietario?): "No, non può rientrare nei nostri programmi". Subito dopo, avendole fatto notare che nei primi contatti si era detta interessata, la stessa mi ha risposto che la casa aveva cambiato linea editoriale solo da qualche giorno.

A questo punto, qualsiasi commento si rivelerebbe superfluo.

M.J.

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Ustica, però, non può essere dimenticata.

"Eppure, c'è ancora chi si muove per costringere altri a dimenticare; e in questo disegno prova a falsificare gli indizi e le prove, alza polveroni, produce delitti, commissiona 'suicidi'. Sangue, tanto sangue! Non importa se innocente! Purché scorra. E sia d'avvertimento a chi dovrebbe e non vuol capire ...
I militari e ministri hanno minacciato i giornalisti di reazioni anche giudiziarie se avessero continuato a porre in dubbio la loro parola sulla versione ufficiale del disastro di Ustica.
Chiaro? Reazioni anche giudiziarie. E non è che non abbiano poi mantenuto la 'promessa'. L'hanno mantenuta eccome!
Basterà tanta feroce determinazione a cancellare il nostro bisogno di verità? Sicuramente no. La gente, è vero, è disorientata, non sa più che cosa pensare, a chi credere. Gli italiani, in particolare, stanno combattendo, ormai da anni, una dura battaglia contro la corruzione; sono allo stremo delle forze, ma vogliono giustamente portare a termine la loro 'rivoluzione'. I più guardano con fiducia ad una magistratura che spesso, fatte salve talune lodevoli eccezioni, si muove secondo un copione che è frutto del formalismo più esasperato: fascicoli aperti, sospetti, analisi, depistaggi, archiviazioni, misteri. E poi, nuovi sospetti, altre analisi, altri polveroni, nuovi misteri. I tribunali scoppiano, la giustizia non funziona, il tempo passa inesorabile e i responsabili capiscono che, con un pizzico di fortuna, possono anche farla franca; si riciclano, fuggono ad Hammamet, aspettano in apnea prima di riemergere...

Un giorno il relitto del DC9 Itavia potrà essere considerato una sorta di monumento nazionale che serva di monito alle generazioni future. Ora, però, esso deve essere visto solo come reperto, e come tale va analizzato e studiato, proprio come fosse il principale testimone della tragedia.
M'è capitato, a volte, di raccontare questa vicenda ad amici o persone di provata fiducia. Vanni Valia, per ultimo, mi disse una sera: <<E' una storia estremamente interessante. Perché non provi a scriverla?>>
L'ho fatto."

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Leggi l'intervista a Enrico Brogneri, apparsa su "La Gazzetta del Sud" del 28 aprile 1998 e quella pubblicata su "Il Quotidiano" del 22 ottobre 1998.

Per ulteriori informazioni ed eventuali commenti è possibile rivolgersi direttamente all'autore scrivendo al seguente indirizzo: brogneri@abramo.it oppure visitare il suo sito internet in cui presenta il libro.

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Chi è l'autore?

Enrico Brogneri è nato a San Pietro Apostolo (CZ) il 14 ottobre 1943 e risiede nella città di Catanzaro. Dopo la maturità ottenuta al Liceo Classico "P.Galluppi", accede agli studi superiori e consegue la laurea in giurisprudenza all'Università di Napoli.
A Catanzaro esercita la professione di avvocato civilista.
Nel tempo libero, la caccia e la pesca sono stati i suoi svaghi preferiti fino a qualche anno addietro. Ora, pur senza trascurarli del tutto, dedica più tempo ai viaggi.
Dopo "Ai margini di Ustica" ha in progetto di scrivere un secondo libro del quale, al momento, preferisce non anticipare l'argomento.

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Morti sospette

Nel capitolo IX de "Ai margini di Ustica", Enrico Brogneri considera alcuni incidenti e coincidenze che sembrano "troppo numerose e strane per non doverle tenere in debita considerazione", fatti che spingono alla riflessione:

– la morte del maresciallo Zummarelli, travolto da una Honda 600 nel periodo in cui era impegnato nelle indagini sul Mig libico. Poco tempo prima aveva confidato ad un amico giornalista, Gaetano Sconzo, di temere per la propria vita

–la morte del maresciallo Antonio Muzio, ucciso con tre colpi di pistola nell'addome mentre si trovava nella sua casa di Pizzo Calabro, il quale aveva lavorato all'aereoporto di lamezia Terme: "uno scalo direttamente coinvolto nella vicenda del Mig libico, del suo recupero sulla Sila e della sua restituzione a Geddafi" (dal settimanale "Europeo" n. 9 del 28 febbraio 1992)

– la morte del colonnello Sandro Marcucci, precipitato col suo Piper il 2 febbraio 1992 sulle Alpi Apuane. L' "Europeo" riporta: "L'aereo brucia, va in fumo, c'è chi giura di aver visto l'aereo perdere stranamente quota e all'improvviso". "Poi, mistero nel mistero, nella bara viene ritrovato un pezzo del motore: è tutto fuso, tranne un tubicino di gomma. Il fuoco ha sciolto il metallo ma non la gomma. Ma chi l'ha nascosto nelle sue spoglie?" (dal testo del libro). Il quotidiano "Il Tirreno" parla di un'intervista in cui, appena cinque giorni prima della sua morte, il colonnello Marcucci aveva duramente attaccato, acccusandolo di corruzione, il generale dell'Aereonautica Zeno Tascio, comandante dell'aereoporto di Pisa dal 1976 al 1979, responsabile dei servizi segreti dell'Aereonautica all'epoca del disastro di Ustica, e oggi inquisito nell'inchiesta del DC9.
In una nota del libro l'autore riferisce: "Le caratteristiche delle bruciature, riscontrate sui reperti del piccolo velivolo e sulla persona del colonnello Marcucci, hanno alimentato il sospetto di sabotaggio. La magistratura sta ancora indagando sulla possibilità che il Piper sia precipitato per lo scoppio di un ordigno al fosforo collocato sotto il pannello dei comandi"

– la morte, insieme a quella di Giorgio Alessio, dei capitani Ivo Nutarelli e Mario Naldini della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori nella tragedia di Ramstein (Germania), in cui si sono contati fra i civili ben 51 morti e 400 feriti. L'ipotesi della collisione in volo sembra poco fondata: da un filmato risulta la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano un telecomando; l'incidente pare sia avvenuto proprio sulla loro perpendicolare, in corrispondenza della loro posizione. Il fatto che i capitani Nutarelli e Naldini dovessero comparire davanti al giudice pochi giorni dopo perché erano in possesso di qualche importante informazione circa il disastro di Ustica - i giudici volevano infatti chiedere loro il motivo per cui, la notte del disastro, si erano levati in volo ed erano stati costretti a rientrare - e che lo scoppio e la fiammata si siano verificati dopo che le due pattuglie si erano incrociate, esclude l'ipotesi della collisione e fa sorgere il sospetto che l'incidente sia stato in realtà un attentato per ridurli al silenzio

– la morte del capitano Maurizio Gari, controllore di volo nel centro radar di Poggio Ballone, stroncato all'età di 32 anni da un misterioso e non verificato infarto

– la morte del maresciallo Alberto Dettori, dello stesso centro radar, impiccato ad un albero

– la morte del colonnello Giorgio Teoldi, comandante dell'Aereoporto Militare di Grosseto

– la morte del sindaco di Grosseto Giovanni Finetti, poco tempo dopo aver manifestato l'intenzione di volere raccontare ai giudici una circostanza appresa indirettamente

– la morte in un attentato del generale Licio Giorgieri

La lista delle morti sospette è molto lunga... Forse troppo lunga per sostenere la tesi delle coincidenze, dice l'autore.

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Intervista a Enrico Brogneri, a cura di Francesco Kostener, tratta da "La Gazzetta del Sud" del 28 aprile 1998


Viaggio "Ai margini di Ustica"

Pur apparso in libreria da ormai tre mesi, ancora questo volume di Enrico Brogneri -pubblicato a proprie spese dall'autore per superare i "tentennamenti" dell'editoria non solo locale -non ha registrato l'attenzione che merita. Non che Brogneri, che vive e svolge la professione forense a Catanzaro, non sia riuscito a fornire elementi interessanti per una conoscenza più ampia dei fatti di Ustica. Tutt'altro.
Il suo, anzi, è un contributo non solo originale, ma carico di particolari e di contenuti nuovi, al punto da costituire un tassello illuminante nel complesso mosaico di cui si compone la storia del DC9 Itavia, inabissatosi nel Tirreno la sera del 27 giugno 1980.
Da allora, nonostante siano trascorsi ben 18 anni, la verità su quanto accadde a quell'aereo, con 79 persone a bordo, non è stata ancora definitivamente accertata. Si tratta di una delle vicende più controverse e misteriose tra le tante che hanno segnato la più recente storia italiana, cui Enrico Brogneri ha dedicato -e dedica tuttora- impegno e passione investigativi ammirevoli.
Un dovere civile, il suo -parallelo a quello dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, presieduta da Daria Bonfietti, sorella di una delle persone scomparse quella sera -per impedire che quelle 81 persone finiscano dimenticate o sacrificate sull'altare di interessi che non devono invece prevalere. Ma perché Brogneri si è occupato di Ustica? Egli non avrebbe mai immaginato che, quell'aereo, visto la sera del 27 giugno 1980, mentre percorreva via Jan Palach, una stradina solitaria e periferica di Catanzaro, avrebbe cambiato la sua vita. Erano le 21.20 circa, mezz'ora prima era precipitato il DC9.
Né avrebbe potuto immaginare che, nove anni dopo -ascoltando l'allora Ministro della Difesa, Valerio Zanone, a conclusione delle indagini della Commissione Pisano, affermare sul proprio onore, "che la vicenda del Mig libico non ha nulla in comune con la caduta del DC9"- l'immagine di quell'aereo, a distanza di tanto tempo, gli sarebbe apparsa di colpo carica di significati e fosche interpretazioni. Fu così che, profondamente turbato, Brogneri si precipitò al telefono e compose il numero del quotidiano "La Stampa", chiedendo al centralinista del giornalista Ruggero Conteduca, che si era sempre interessato di Ustica.
La sua testimonianza, però, non produsse l'effetto sperato. Né maggiore fortuna ebbe la lettera che Brogneri, infastidito per essersi sentito dire che la questione era di scarso interesse e che nulla vietava di pensare che egli fosse un mitomane, decise di scrivere alla redazione del quotidiano torinese.
Diversamente andò col giornalista Franco Scottoni, de "La Repubblica" dal cui articolo, seppure in ritardo, arrivò la convocazione di Brogneri da parte del giudice istruttore Vittorio Bucarelli.

Ma ecco la testimonianza dell'avvocato catanzarese:

"Inviando quella lettera, sapevo bene che si sarebbe aperta una fase nuova e coinvolgente nella storia di Ustica. Ricordo che ero molto preoccupato, forse pure spaventato dalla prospettiva di dover fronteggiare una situazione delicatissima con autorità politiche e militari, già da tempo sotto accusa per i sospetti e le gravi perplessità che erano scaturite dalle loro risposte agli inquirenti. A quel punto, però, niente e nessuno avrebbe potuto indurmi a lasciar perdere. Ustica, col suo carico di misteri, non era una vicenda qualsiasi. Era, invece, e lo è ancora, una storia terribile che ha coinvolto potenze straniere sempre più determinate a impedire l'emergere di responsabilità inconfessabili, suscettibili di creare seri problemi alle loro diplomazie".

 

– Una storia alla quale lei ha dedicato ogni sua energia...

"Svolgendo la mia normale occupazione di avvocato, ho dovuto vivere un'esperienza parallela, fatta di normali incontri con giudici e giornalisti, ma anche di pericolose investigazioni da dilettante, finalizzate alla ricerca di possibili riscontri.
I rischi, memore delle numerose morti che avevano destato fondati sospetti, li ho sempre avuti ben presenti. Ma il sacrificio di tante vite, le sofferenze e il dolore urlato dai parenti delle vittime, potevano davvero essere soffocati da qualsivoglia ragione di opportunità?
Queste cose, in qualche modo, le ho dette anche al magistrato romano Bucarelli, quando finalmente si degnò di interrogarmi. Egli però, sarà stata una mia impressione, mi sembrò pieno di pregiudizi, quasi fosse infastidito dalla mia stessa presenza. Non ebbi di lui, insomma, l'impressione positiva che successivamente mi diede il giudice Priore.
Priore, invece, ha fatto un gran lavoro. E se un giorno sarà possibile conoscerla, questa benedetta verità, allora il merito dovrà essergli riconosciuto a buon diritto".

 

– Quando è nata il lei l'idea di scrivere un libro su Ustica?

"Non subito, anche se la mia ipotesi l'avevo ben chiara in mente. Probabilmente, fu dopo il dialogo avuto con il giornalista Claudio Gatti, corrispondente dagli Stati Uniti del settimanale "L'Europeo", che cominciai ad accarezzare l'idea di scrivere un libro sulla vicenda. Mi aveva chiamato per sapere se avevo letto il suo "Quinto scenario", da pochi giorni in libreria. Insistette perché gli chiarissi il mio pensiero, cosa che feci scrivendogli una lettera, nel marzo 1994. Mi richiamò per dirmi della sua certezza sul non coinvolgimento dei francesi e degli americani, che sarebbero rimasti estranei alla battaglia aerea".

 

– Perché, nel cielo di Ustica si verificò questo?

"Credo di sì. Ma spiegherò cosa avvenne tra un attimo. Dicevo che Gatti si mostrò molto interessato alla mia ipotesi, che aveva trovato assai suggestiva e verosimile, della possibile sostituzione dell'aereo di Castelsilano ad opera dei servizi segreti, tant'è che subito mi accennò alla probabilità che egli decidesse di proporre una seconda edizione modificata del suo volume.
Fu allora che mi lasciai sfuggire una vera e propria gaffe: "Forse bisognerebbe scrivere un altro libro", gli suggerii sorridendo".

 

– Aveva accennato alla battaglia aerea...

"Spetta naturalmente alla magistratura accertare cosa può essere accaduto quella notte del 27 giugno 1980. Io ho solo fatto un'ipotesi, con l'unica pretesa di provocare la risposta di quanti hanno titolo per interloquire sulla vicenda. L'ho fatto perché mai e poi mai avrei potuto sopportare una soluzione svincolata dagli apporti di testimoni, sulla quale sembra vogliano puntare coloro che avversano l'ipotesi della battaglia aerea".

 

– Qual è la sua idea?

"Agli atti dell'inchiesta vi sono innumerevoli elaborati peritali sul relitto del DC9, ma è troppo comodo pretendere di trarre argomenti solo da essi, confidando sull'opinabilità delle conclusioni dei periti. Esistono agli atti consistenti elementi indiziari che scaturiscono da spontanee dichiarazioni di gente comune; vi sono notevoli elementi di falsità dichiarate e reiterate da alcuni indiziati all'evidente scopo di depistare le indagini; vi sono pure le rogatorie che testimoniano le reticenze di alcune nazioni, che spesso si sono trincerate dietro ostinati silenzi, tanto assurdi quanto eloquenti".

 

– Una matassa ancora da sbrogliare del tutto?

"No, non credo. E' piuttosto l'ipotesi del complotto a rendere l'aria irrespirabile. Il complotto che evoca l'inganno, il tradimento, la consapevolezza delle probabili conseguenze, è qualcosa di sconvolgente e di indigeribile. Ma come può essere escluso nella concomitanza degli elementi emersi?
La pista della fornitura dell'uranio arricchito all'Irak non l'ha inventata nessuno. Qualcosa, ancor prima di Gatti, l'aveva casualmente accertato il giudice Carlo Palermo, che si era imbattuto, indagando su un misterioso traffico d'armi, su due strane fatture comprovanti il passaggio del materiale fissile dalla Libia all'Irak. E non è un mistero che il Mossad, il servizio segreto israeliano, si era già da tempo reso particolarmente attivo con atti di sabotaggio per impedire all'Irak di dotarsi della bomba atomica.
Si vuole insistere ancora sulla tesi della responsabilità lieve per semplice colpa? Ebbene, spieghino allora da che è scaturita la necessità di depistare, la decisione di negare ad oltranza e di lanciare volgari accuse di protagonismo contro coloro che avevano solo avvertito il dovere di testimoniare da uomini liberi".

 

– Ma lei cos'ha detto ai giudici?

"Io ho riferito ai giudici quel che ho visto, e nel mio libro ho scritto quel che ho pensato. Sia chiaro però che, piuttosto che dare certezze, ho inteso solo ampliare la rosa delle ipotesi, così come ho voluto riferirmi agli uomini deviati delle istituzioni anche quando ho genericamente parlato di francesi, americani, e così via".

 

– Ma come andrà a finire secondo lei?

"Non so dirlo. Il mio augurio è che siano accertate tutte le responsabilità, e non solo di quelli che hanno avuto interesse a depistare, tradendo il giuramento di fedeltà alla nazione. Sono tuttavia un po' demoralizzato per la caparbietà di una difesa gratuita, giornalmente reiterata anche in favore di coloro che sono rimasti ormai irrimediabilmente smentiti e contraddetti. Si tratta, come è evidente, di una difesa preordinata alla negazione fine a se stessa. E questo è un fenomeno inaccettabile e preoccupante, perché negare l'evidenza cozza contro ogni regola della società civile e, dunque, è violenza".

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Intervista a Enrico Brogneri, a cura di Giuseppe Cosco, tratta da "Il Quotidiano" del 22 ottobre 1998.

– Avvocato Brogneri, cosa ha visto esattamente, alle 21,20, la sera del 27 Giugno 1980?

Ero stato a trovare i miei genitori e mi stavo recando a prendere mia moglie quando, percorrendo via Jan Palach, ho visto un aereo militare sorvolare la città di Catanzaro a bassissima quota e a motori e luci spente, sembrava in planata. La circostanza potrebbe a prima vista sembrare del tutto banale ma non è così, specie se si considera che 20 minuti prima, capisce? Venti minuti prima era precipitato il DC9 ITAVIA, nel Tirreno.

 

– Nel suo libro sembra convinto che il DC9 sia stato abbattuto nel corso di una battaglia aerea. Cosa è accaduto secondo lei?

L'ipotesi della battaglia aerea, svoltasi in prossimità del DC9, non è nuova. Prima di me l'avevano sostenuta altri, per esempio Andrea Purgatori e Claudio Gatti. Non è questo il punto. La divergenza, invece, è nello scenario. Gatti nel suo libro attribuisce la tragedia ad un errore dell'aviazione israeliana. Io, al contrario, ho pensato ad un qualcosa di più complesso, nel quale è il complotto a determinare la tragedia.

 

– Qual è la sua teoria del complotto in proposito?

Nel mio libro: "Ai margini di Ustica", ho sostenuto l'ipotesi dell'abbattimento del DC9 nel corso di una battaglia aerea intrapresa per impedire che i francesi consegnassero l'uranio all'Irak. Devo premettere che, ogni qual volta ho fatto riferimento ai francesi, agli italiani o agli americani e così via, ho inteso sempre riferirmi ai rispettivi servizi segreti deviati. Ebbene, dicevo che i servizi segreti francesi, lo SDECE per intenderci, d'accordo con quelli italiani, avevano predisposto un piano ben preciso. Tale piano prevedeva che il trasporto dell'uranio dovesse avvenire proprio la notte della tragedia, per via aerea con un cargo camuffato, che doveva procedere sulla scia del DC9, ma a distanza di sicurezza per non correre i rischi, che si è invece voluto far correre agli ignari passegeri dell' ITAVIA. Capisce? La possibilità che gli israeliani potessero colpire il DC9 era stata preventivata. Qua sta il fattaccio. I francesi e gli italiani sapevano che quel che poi è accaduto aveva un alto margine di probabilità che si verificasse. Lo sapevano e non hanno fatto nulla per impedirlo. Lo sapevano e addirittura avevano reso ancora più probabile l'accadimento quando, da veri e propri professionisti del delitto, decisero di far scortare il DC9 da un loro aereo militare.

 

– Quindi, il DC9 è stato fatto scortare da un caccia militare per ingannare il Mossad, il servizio segreto israeliano?

Appunto. E' proprio questo che rende inconfessabile lo scenario. L'hanno fatto perché, in tal modo, se gli israeliani, vale a dire i sabotatori, avessero attaccato, molto probabilmente sarebbe stato, come è accaduto, proprio il DC9 a rimetterci le penne. Il DC9, non il loro cargo camuffato, che poi, dopo la battaglia aerea, passò indisturbato e portò a termine la missione.

 

– I politici italiani hanno avuto un ruolo rilevante in questo complotto?

Fu un complotto con conseguente proliferazione di intrighi, colpi di scena, depistaggi, false dichiarazioni, occultamento delle prove, furti e distruzioni di documenti, veleni, morti sospette. Per quanto concerne il ruolo dei politici, io non escludo che qualche personaggio, anche di grande rilievo, possa aver recitato una parte molto importante. Il mio scenario è senza dubbio agghiacciante, ma non sono stato io a sostenere per primo l'idea che dietro Ustica c'è qualcosa di inconfessabile, voglio dire che la tragedia può anche suggerire l'idea di un businnes oltre misura, di una tangentopoli irrispettosa di ogni regola e di ogni valore, compresa la vita umana. Quando sono questi gli argomenti, i politici ci sono sempre.

 

– Lei ha certamente svolto indagini su questa drammatica vicenda, di cui si interessa da oltre dieci anni. Cosa ha scoperto in concreto?

E' il depistaggio del Mig libico che mi ha consentito di intuire talune circostanze. Io sono convinto, l'ho sostenuto e lo sostengo con decisione, che lì, nel Comune di Castelsilano, non è caduto alcun Mig. Sono stati i nostri servizi, d'accordo con i francesi, che hanno voluto farci trovare quell'aereo militare. In realtà, a cadere è stato un altro aereo da guerra, forse proprio quello che ho visto io e che di certo non era il Mig libico ritrovato. Io ho visto un altro aereo, un aereo con una sagoma completamente diversa, un aereo da guerra che, con ogni probabilità, apparteneva ad una nazione il cui nome non doveva e non poteva essere rivelato. Questa è stata la consegna, non si doveva rivelare la vera nazionalità. E' nata così la messinscena della pista libica; bisognava comunque soddisfare l'esigenza dell'opinione pubblica e si è allora pensato di addossare la responsabilità a quel Gheddafi imprevedibile.

 

– Ma che tipo di aereo ha visto?

L'aereo, da me avvistato, aveva una sagoma triangolare e compatta simile a quella dei Mirage francesi o dei Kfir israeliani. Deduco che, probabilmente, c'entrano i francesi o gli israeliani o entrambi.

 

– In tutta questa faccenda hanno avuto un ruolo i mass media?

La sensazione che ne ho ricavato è che molti giornalisti possono essere stati anche essi depistati. E', però, prematuro che parli ora di quest'aspetto, di questa terza peculiarità del depistaggio del famoso Mig. Le anticipo, comunque, che esistono concrete possibilità che, dietro la faccenda di Castelsilano, si nasconda qualcosa che richiama il gioco delle scatole cinesi: un depistaggio che contiene un depistaggio che, a sua volta, contiene un altro depistaggio, ma di questo, ne parlerò in un'altra occasione.

 

– Un'ultima domanda. Molte persone, in qualche modo coinvolte col caso Ustica, sono misteriosamente decedute. Lei crede che questa gente sia stata assassinata? E se sì, lei, che con la sua testimonianza prova, tra l'altro, la stretta correlazione tra il Mig libico e la strage di Ustica, teme per la sua vita?

Lei mi pone interrogativi difficili e pericolosi. Credo che una buona parte di questi potenziali testimoni, che avrebbero potuto riferire circostanze interessanti per l'inchiesta, sono stati eliminati di proposito. Sarˆ un caso, ma a me i misteri che ruotano intorno al DC9 sono sempre sembrati qualcosa di pi di una semplice fatalitˆ, senza dire di altri strani episodi, non sufficientemente sospettati. Lei mi chiede se temo per la mia vita. Devo ammettere di avere avuto e di avere una grande preoccupazione per la mia incolumitˆ. Come ho scritto nel mio libro, a volte penso di tutto: a mio padre che m'aveva consigliato la massima prudenza, all'elenco delle morti misteriose e alla qualifica di "testimone scomodo" che m'aveva attribuito "L'Espresso". La storia di Ustica, ad ogni buon conto, io l'ho solo raccontata. Loro invece, i responsabili, i carnefici ma anche i depistatori, l'hanno scritta col sangue delle loro vittime.

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